Rosso-ricordo.

da Parole di miele

È passato un anno.

Me lo ricordo ancora bene, come se fosse ieri, come se fosse oggi e tutto quanto non fosse mai passato così in fretta, così lentamente e così immensamente. Mi alzavo dopo una notte completamente insonne. All’insegna delle parole pedagogiche che risuonavano nella mia mente. Inclusione, legge 104, disabilità, scuola, integrazione, cooperazione, empatia, lavoro, educazione, cura, tecnologie, piccoli passi e grandi traguardi. È sempre così, la notte prima dell’esame. Passo la serata a ripassare a letto, sotto le coperte, sommersa dalle piume d’oca e dalle pagine dei riassunti e schemi che mi sono fatta. Fogli e fogli. Poi distrutta mi metto a letto ma nella mia testa non esiste pausa. Sogno addirittura di ripassare, di spiegare il discorso e di immaginarmi cosa dire.

Faccio colazione, di fretta. Non ho fame. L’unica cosa che desidero, mentre ormai mi sto già lavando i denti, è quella di salire su quel treno.. entrare in aula, far l’orale e tornarmene a casa. Ore 9:00, andata compiuta, aula silenziosa con più libri che persone sui banchi. Le mie gambe si muovono ed io tremo, come sempre. Guardo l’ora. Entra il professore, saluta sorridendo, fa l’elenco e partiamo.

Detesto quando all’orale c’è poca gente e c’è silenzio attorno. Come se tutti fossero lì ad ascoltare il colloquio del singolo interrogato. Diventa come la scena di un film poliziesco in cui sommersi dal buio una luce accecante punta dritto in faccia al sospettato. “Mi dica lei: da cosa vuol partire?”

Mancano due persone prima di me, e come faccio sempre, stop alle letture, via il cellulare e respiri profondi. Sembra che sto andando in guerra ed è solo un esame. Ansia a non finire come se di questo esame ne andasse la mia vita. Chissà cosa accade a non passare un esame, un apocalisse??

Tocca me. Il prof mi chiama ed io seduta alla cattedra stringo nelle mani il mio portafortuna. Brevi domande. Le so. Pronta.

Il prof sorride, e si ricorda di me. Mi chiede se son io.. la Dafne che negli anni precedenti aveva fatto da tutor per la community online della triennale in scienze dell’educazione. Proprio così! Si congratula e mi chiede com’è stata l’esperienza.. se ho qualche consiglio, riguardo, e mi spiega le future precauzioni in campo privacy. Mi congeda con un “va benissimo, io direi 30 e lode veloce veloce! Così la libero e può andare a pranzare!!” ormai son le 12:47. Sorrido, felice, saluto e mi avvio al posto.

Dò due spiegazioni alla mia compagna di banco che deve rimanere ancora in attesa. Io non tremo più, son così libera. Metto via i fogli, i quaderni, il badge. Prendo il telefono, pronta alla condivisione con mio papà.. che è il mio supporter numero uno. Mille messaggi.

Panico. Non capisco. “Raga siamo chiusi, sembra che dicano che non si può più entrare dentro il paese!”.. “hanno trovato un caso COVID qui da noi”.. “codogno è tutta chiusa, mi mamma è stata chiamata e le hanno detto di tornare a casa”… “l’ospedale ha mandato l’allarme”.. non capisco.

Scrivo a mio papà “fattooooooo!! 30 e lode :P” e passo all’altra chat intanto che cerco di decifrare ciò che leggo e le mie gambe si avviano a prendere il famoso treno del ritorno che attendevo dal risveglio. “Parlano di zona rossa”.. apro internet “caso di COVID, paziente 1 a codogno. Paese chiuso, allarme”. Io non capisco. Posso tornare a casa?

Salgo sul treno incredula e penso che l’unica cosa che avrei voluto era tornare con questo sole a condividere il mio esame conquistato. Quando prendo un 30 solitamente mi faccio anche un bel regalo. Ho passato l’esame, e l’apocalisse è arrivata comunque. Che sta succedendo?

Squilla il telefono, papà: “heiii secchiona, quindi 30?”-“papà ma hai sentito del paziente 1? Non ho capito.. siamo tutti chiusi? Posso tornare? Cosa sta succedendo?”-“no.. son a lavoro, cos’è successo? Cosa vuol dire?”

Provo a spiegare quel poco che ho capito ma non ci sono parole che possano in realtà far la differenza. Non conosciamo nulla. Non si capisce nulla. È una situazione paradossale e incomprensibile. Quasi da non crederci. “Ci vediamo a casa”

Torno a casa. Pranzo e attendo novità. Senza sapere che sarebbe stato l’inizio di un anno incredibilmente surreale. Senza sapere che per tre mesi da quella casa non sarei più uscita. Senza sapere che per un mese e mezzo gli unici suoni che avrebbero accompagnato il mio sonno sarebbero state le sirene delle ambulanze. Senza sapere che mai così tanto, avrei desiderato uscire, viaggiare, sedermi ad un ristorante, scegliere un film al cartellone di un cinema, cantare in macchina a squarciagola, provarmi un vestito in un negozio, dare gli esami in aule silenziosamente agitate, dar la mano ad un professore, scontrarmi con uno sconosciuto sulla metro, ascoltare la musica sul treno, ballare su un palco, passeggiare con il mio cane, prenotare una vacanza, tenermi per mano nelle vie di una città, entrare in una libreria ed annusare il profumo dei libri nuovi, andare a prendere il sole al mare, andare al mercato, scegliere i vestiti di danza per il saggio, far colazione al bar con le amiche, ripetere al cameriere “son intollerante al glutine; cosa posso ordinare?”, aspettare il mercoledì sera per andare a lezione di danza in palestra, prenotare una stanza in hotel, andare a bere qualcosa il sabato sera con gli amici, fare grigliate per ogni occasione, andare in piscina.

Ma specialmente, senza sapere che mai per così tanto avrei potuto sorridere a qualcuno per strada.

È passato un anno, e me lo ricordo ancora come se fosse ieri. Zona rossa. Isolati dal mondo intero. Isolati nel nostro stesso comune. Isolati nella nostra stessa casa, con la paura di qualcosa che poteva succedere e che nemmeno sapessimo come affrontare. È passato un anno e se chiudo gli occhi mi sembra ancora tutto così offuscato e al tempo stesso nitido. Tutto così assurdo e al tempo stesso concreto. E siamo qui, dopo un anno, immersi ancora nella paura e nel coraggio. Non siamo soli. Ad un anno da tutto questo e ad un anno dal mio esame “inclusione, cura, empatia, piccoli passi e grandi traguardi”.

You may also like

Lascia un commento